Che ci faccio io qui? (Eataly State of Mind)

DSCF2446Per una serie di motivi, Eataly ha preso il posto di Ikea nella mia vita; prima di tutto posso raggiungerla facilmente da casa mia, mi basta salire sul trenino in direzione di Roma-Ostiense per arrivare a destinazione dopo una sola fermata. Non c’è bisogno di muovere a compassione anima viva per un passaggio in macchina, insomma, e questo mi rende molto felice. E poi ci sono gli odori taumaturgici, solo che al posto del profumo del pioppo svedese, mi faccio cullare da quello di pizza e polli arrosto. Il guadagno è moderato, ma tangibile. D’accordo, forse guadagno non è la parola giusta quando si varcano i cancelli di questo mastodontico regno della gastronomia, un luogo dove ogni cosa, anche la più piccola, ha un costo elevato. A preciso appunto, si risponderà che il costo è appropriato alla qualità del prodotto e mi può anche stare bene. Tutto sta nell’organizzare dettagliatamente la visita in modo da comprare solo ciò che serve davvero. Se si ha bisogno di 20 grammi di aneto è inutile andare nel reparto pentole e amoreggiare con le formine in silicone dall’irrisorio costo di 11 euro o con lo schiaccianoce a forma di noce. Si chiudono gli occhi nel settore libri di cucina e si va direttamente al secondo piano, dove sono sistemate le spezie, una sottile lingua di terra compressa tra pasta e olio, ossia tra due elementi potenzialmente letali per una curiosa cronica come me. Ad ogni modo, la sfida di oggi è entrare da Eataly e spendere circa due euro. Con un minimo di coraggio e programmazione l’impresa è a portata di mano.

Prima scelta, banane o pomodori. I pomodori pesano un sacco e mi fanno sforare di 50 centesimi; prendo le banane a 1,47. Il ginger in offerta sussurra il mio nome, ma non mollo. Se mollo sul ginger, mollo su tutto e poi mi tocca andare a riprendere i pomodori, la marmellata di ribes selvatici del Kurdistan e i tovaglioli di carta decorati coi macarons. I raggi del sole provano a illuminare solo gli stand che contengono cose che costano 53 centesimi. Praticamente nulla, visto che anche la borsa termica costa 1 euro. Non posso pensarci e allora, mentre passeggio nervosamente davanti alle conserve (secondo piano, al fianco delle farine), mi abbandono alla selezione musicale che propone in sequenza, Ricchi e Poveri, Eros Ramazzotti e Fiordaliso. Mi rendo conto che hanno inserito nello stereo una musicassetta trovata in un’automobile scassinata a Gizzeria Lido nel 1978. Forse si tratta della 127 gialla di mio padre, ma persino lui ascoltava Bob Marley, quindi non so. Cammino un altro po’. Il banco salumi emana in certi punti un olezzo molto forte, una specie di aroma di candeggina affumicata che mi sospinge direttamente al terzo piano, reparto alcool e affini. Il passaggio del carrellino semivuoto, quindi instabile, vicino a bottiglie di vino pregiato ha il suono del battito di ali dell’angelo della morte; quella nuova folata di simpatia mi porta via da lì e mi sistema direttamente nell’ascensore trasparente. Nel frattempo siamo passati a Riccardo Cocciante. Mentre lui canta per chi l’ascolterà, mi avvicino alla cassa felice e vittoriosa. Dovevo spendere 2 euro, ne ho spesi 1,47. Ho mollato perfino i tarallucci in offerta a 50 centesimi, posso fare a meno di 5 grammi di snack salati che provocherebbero in me uno strano desiderio di succo di fragola e petali di rosa (1 euro). E’ una questione di organizzazione.

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Depeche (Alta) Mode

DEPECHE MODEDomani c’è il concerto dei Depeche Mode e non so cosa mettermi. Se nel 1993 mi interessava relativamente non avere idea di cosa avrei indossato per la seconda data dello Zoo Tv Tour degli U2 a Roma (non so perché, ma ricordo con vaghezza solo un portafoglio di cotone trapuntato di Naj-Oleari), oggi, con Facebook, Twitter, Pinterest e tutte le altre piattaforme conosciute, la questione rischia di avere ripercussioni gravi. E’ ancora socialmente accettabile farsi vedere solo in jeans e sneakers? Oppure anche in presenza di una temperatura di 40 gradi percepiti, lo stivaletto con borchia teschiata o gli Hunter Boots coccodrillati devono essere considerati l’accessorio fondamentale attorno a cui costruire L’OUTFIT DA CONCERTO? Da quando quella figura mitologica formata per metà da uno stylist e per l’altra da una stylist platinata chiamata enzoecarla imperversa nell’etere, esiste il giusto abbigliamento per tutto, anche per andare a comprare il latte o per la pesca del tonno con le lampare. Perché se vai a triglie e cernie di notte, puoi osare con le paillettes e brillare come una stella ai bagliori dell’acetilene; poi, all’ombra dell’ultimo sole, per ringraziarlo dell’esperienza emozionante, aiuti il pescatore assopito con delle reti glitterate.

E’ un destino democratico che ci accomuna tutte. Matricole di Giurisprudenza si interrogano sul corretto abbinamento per il primo giorno di praticantato allo studio legale, avvenimento che si concretizzerà tra quindici anni, se tutto andrà bene e se riusciranno a studiare il primo capitolo del manuale di Diritto Pubblico; cassiere del Lidl nascondono sotto la sedia una borsa di econappa gialla profilata in limone verniciato, nell’eventualità di dover passare un kg di limoni provenienza Spagna. Io sarò nei Distinti Nord Est dello stadio Olimpico con altre 60.000 persone e vorrei che Dave Gahan sapesse che mi sento a mio agio con dei pantaloni e le scarpe comode. Conosco quella vertigine spazio-temporale irraggiungibile agli esseri umani nota come Foro Italico e so che al trecentoventiduesimo gradino calpestato, con la musica a oltre settantamila watt, un accenno di miopia nervosa che offusca la capacità di orientamento, lo zaino che pesa come una tonnellata di cubi di piombo, la cioccolata fusa e pronta per glassare dodici Sachertorte, la prima e unica preoccupazione è trovare il mio posto e sedermi. Non è rock, è metabolismo. Non è il Coachella o il Glastonbury, è l’Olimpico; ci sono i bagarini, i tornelli che non girano, i poliziotti che fanno i controlli e tolgono i tappi dalle bottiglie d’acqua. All’uscita so che dovrò farmela a piedi fino alla prima stazione metro, perché se decidessi di prendere il tram o un bus, farei la fine del tonno in scatola e badate bene, senza neanche un glitter. Non bisogna creare l’outfit per un concerto, dunque, ma per una guerra nucleare. E per quello sono pronta.

P.S.: Potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere.

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La regina Csaba e il suo Summer Cooking

Summer Cooking con CsabaE’ presto forse per giudicare un programma televisivo dopo solo una puntata, l’andazzo però si capisce subito ed è inutile negarlo. Al termine della visione di Summer Cooking con Csaba, striscia domenicale che Real Time trasmette alle 14.10, a partire dal 14 luglio, ho subito capito che ne sarei diventata presto dipendente, anche solo per il gusto di criticarlo con acidità. Csaba dalla Zorza, milanese, classe 1970, segno zodiacale Vergine, è una scrittrice, giornalista, esperta di gastronomia e lifestyle. Ci accoglie in quella che è una paradisiaca residenza estiva, con panorama mozzafiato, giardino curatissimo, orto con piante autosufficienti (pare che una melanzana sia fuggita con un rapanello, rivendicando il diritto di incrociarsi con chi le pareva) e ci svela con fare suadente i trucchi per preparare un pasto adeguato ad ogni circostanza, apparecchiare con grazia ed evitare, dove possibile, strafalcioni e scivolate volgari. Non è un caso che l’argomento della prima puntata sia la cena romantica. Sapevate che la brocca dell’acqua deve essere posizionata con il manico verso destra, così il gentiluomo potrà idratare la sua invitata senza pericolose manovre?

Csaba dalla Zorza  Rubrica su Vanity Fair, un buon numero di libri pubblicati, dedicati per la maggior parte alla cucina e al lifestyle, un diploma alla leggendaria scuola Le Cordon Bleu di Parigi, Csaba sa il fatto suo e si muove tra i fornelli con l’irreale ma confortante destrezza di una fata (il suo Kitchen Aid è pure turchese). Propone delle tagliatelle al limone con panna e hai la sensazione di mangiare un piatto leggerissimo (ho scritto sensazione…); pulisce gli scampi senza scalfire la manicure, dosa il cacao per la crema al cioccolato con angelica perfezione. La pasta non si incolla, l’olio non si infrange sulla blusa, lo shaker non si apre all’improvviso facendo esondare la cucina. Proprio come capita a me, abituata a muovermi in spazi da sommergibile sovietico del 1980, quando devo preparare una mono frittata. Ti guarda sorridente e vorrebbe farti credere di essere come te, ma non sarà mai come te; anzi, siamo noi che non saremo mai come lei e in questa distanza costruita ad arte volano mille riccioli di burro e qualche sbuffo di cannella. L’invidia però non deve inquinare questo post e per dimostrare la mia buona volontà ci tengo a dire che le ricette proposte sono da provare; magari dimezzando la quantità di salsa e sostituendola con del ketchup marsigliese fritto in camicia. Molto fresco, molto estivo.

Quei giorni

nuvetteLe scatoline di latta porta assorbenti sono brutte e gli assorbenti dentro non ci entrano, ecco finalmente l’ho detto. E’ una truffa, una presa in giro, un volgare malinteso, un’operazione di marketing riuscita male; è la celebrazione del prêt-à-porter, laddove andava esaltato l’ingegno sartoriale. E infine è un atto d’accusa nei confronti di chi acquista gli assorbenti GRANDI, quelli extra super notte, che ti tormentano da quando sei un’adolescente. Quei fedeli compagni di settimane un po’ così proprio non ci entrano nella scatola. A meno che non ne compriate uno di un’altra marca. Anche in quel caso, però, per far coincidere i due mondi paralleli, se proprio volete tentare l’impresa, bisogna lavorarci un po’ e ripiegare i bordi dell’assorbente all’interno; a quel punto un affare che ha lo spessore di un depliant turistico gommoso, diventa grosso come tre depliant turistici gommosi. Il coperchio non si chiude, uno dei lati del quadratino violaceo blocca il cardine della parte superiore del contenitore che cozza, spinge, evita finché può di intralciare quel rigonfiamento innaturale e poi, quasi per esaurimento, lo ingloba. Ora, sarebbe stato più semplice prendere un coso con le ali, sistemarlo in tasca e prepararsi per una normale giornata di sfinimento ormonale; nessuno al mondo avrebbe mai capito che se ne stava lì, in fondo la sua densità è facilmente assimilabile a quella di un banale fazzoletto di cotone. Invece no. Io, donna moderna, femmina contemporanea, conscia dei propri spazi e delle realizzazioni conquistate in anni di test clinici, sono costretta a portare in borsa un pezzo di latta fluorescente firmato da Christian Lacroix, che era chiaramente sotto acido quando ha accettato l’offerta di disegnare quel marchingegno infernale; sono costretta a sentire il rumore delle chiavi che sbattono contro il suddetto archibugio (e se il suono viene per caso attutito da qualcosa, ho il timore di aver perduto le chiavi) e quando prelevo l’affare dalla sacca, senza poterlo nascondere in alcuna tasca (tanto è fatto per non essere nascosto, no? e in ogni caso in tasca non ci va), tutti sapranno in quel preciso istante che ho il ciclo e dalla foggia del cimelio anche che tipo di assorbente indosso, se con il filtrante in seta o nell’avveneristico lattiflex. Lacroix, ti prego, prima di assumere incarichi che non sei in grado di portare a termine,  pensaci bene la prossima volta o almeno crea delle scatole che abbiano delle dimensioni accettabili. Perché quei giorni diventano quei giorni anche per questo.

Vita di Pa(ndoro)

PANETTONE E PANDOROIn un paese cattolico come l’Italia, l’unica concessione al pensiero della reincarnazione riguarda panettoni, pandori e torroni. Nessuno, neanche Ratzinger in persona potrebbe vietare ad una casalinga di  Narni di regalare una nuova vita a quei sette pandori acquistati sul finire di novembre. Già intorno al 27 dicembre cominciano a moltiplicarsi su siti e blog di cucina le ricette più disparate per far reincarnare i dolci natalizi che avanzano. Da quando vivo sola, la riutilizzazione del pandoro non è più un problema centrale; lo era anni fa, quando mia madre era solita comprare venti confezioni di panettone e/o pandoro, “perché sono in offerta, non si può mai sapere, e dobbiamo regalarli“. Ammesso che alcune di quelle scatole andassero effettivamente ai reali destinatari (vicini di casa, medico curante, giornalaio, vecchio amico di famiglia, la signora Rossana, personaggio che racchiudeva tutte le amiche di mamma dimenticate durante l’anno e improvvisamente tornate in auge in quella fatidica settimana), restava da decidere cosa fare con le rimanenze e con i pericolosissimi panettoni di risposta, ossia quelli che papà riceveva a sua volta in regalo, fondamentali soprattutto per operare un accurato confronto tra marche. Il nostro agire era molto semplice, quasi banale: li mangiavamo fino alla primavera successiva, quando il problema si sarebbe riproposto con le colombe e le uova di cioccolata.

Oggi, duole ammetterlo, è tutto diverso. Se lasci un pandoro da solo con la sua millenaria dolcezza a intristirsi nella scatola rossa, vieni considerato un reietto. La parola d’ordine dell’epoca contemporanea è creatività (anzi, creatività!, ci vuole sempre il punto esclamativo). Creatività significa tagliare a fette orizzontali il pandoro, ottenere delle sezioni a forma di stella, farcirle con una crema alla panna e mascarpone, ricoprirle con del cemento al gusto di pistacchio. Il pandoro non può essere lasciato così com’è stato progettato dai maestri pasticceri di Verona, ma deve necessariamente essere trasformato in qualcosa di diverso. Qualcosa che ha lo stesso gusto del pandoro, ma che pare brutto chiamare pandoro. Bicchierini di pandoro al caffè (pandoro a fette con una crema al caffè sopra), tiramisù al pandoro (pandoro a fette con crema al caffè sopra), crema al caffè con polvere di pandoro (pandoro sbriciolato su crema al caffè), palline di pandoro con crema al caffè (pandoro tritato, mescolato alla crema al caffè, appallottolato e posizionato in scenografiche configurazioni), charlotte di pandoro all’arancia (pandoro a fette con crema d’arancia), pandoro fritto (pandoro a fette tuffato nella pastella e fritto). Lo stesso destino è riservato al panettone. Come spiegare altrimenti l’esistenza dei muffin al panettone, della macedonia di panettone, del gran misto di panettone o della fonduta di panettone? Ho letto una ricetta in cui il panettone veniva usato addirittura come ripieno per una coscia di tacchino. Vuoi mettere il gustoso abbinamento tra uvetta, canditi e carne bianca? E a giudicare dalla grande quantità di ricette di semifreddi e gelati al torrone, non possiamo escludere da questa analisi lo spacca otturazioni per eccellenza. Perché anche il torrone non può essere solo sé stesso, ma va inserito in un progetto cosmico più ampio che lo vedrà reincarnarsi l’11 giugno 2013 in una bavarese alla pesca. Non so spiegare cosa si nasconda dietro a questa tendenza al riuso; ho combattuto anche io con le cataste di panettoni e pandori, ma ho deciso con coraggio di comprarne solo la quantità che sarei riuscita a consumare, cioè nessuna; so però che la gola può essere cattiva consigliera e che ti faccia sentire al sicuro avere un numero sufficiente di scatole di dolci per fare un tramezzo e ricavare quella camera in più che tanto serviva (“Finalmente un posto per mettere le valigie“). Lasciamo che pandori, panettoni e torroni siano solo i compagni felici di quel periodo che va dall’8 dicembre al 6 gennaio. Attendiamoli con la giusta partecipazione e poi, quando tutto è finito, lasciamoli andare.

32 dicembre

TullePaillettes_09Odio l’ultimo giorno dell’anno, ma amo il primo giorno di quello nuovo e siccome i due estremi si toccano, si capisce con una certa precisione come mi senta in queste ore. Qualcuno direbbe, sospesa a metà; non è esatto. Io sono in attesa. Essere in attesa per me significa essere predisposti all’ottimismo. Voglio dire, gli inizi mi/ci permettono di ipotizzare quanto di meglio possibile ed è una sensazione meravigliosa, che non è giusto sminuire, anche a fronte di tante (ma tante tante) difficoltà quotidiane, le più disparate, con cui comunque si devono fare i conti. Le partenze sono belle. Ora, il mio anno è stato così intenso e pieno di momenti memorabili che quasi mi dispiace separarmene, sarà forse questo il rodimento che mi angustia. Perché il rodimento rode. Forse avrei voluto un po’ di 2012 in più per mettere a punto certe cose, per dire quelle due o tre frasi (o anche dodici, venti, settantamila) che avrebbero definito delle situazioni (termine generico in cui confluiscono per comodità tutti i tipi di rapporti umani, da quelli amicali – ma che parola è? – a quelli sentimentali). Anche per non dire, che in certi casi è auspicabile. Volere, però, non è sempre ottenere, soprattutto quando si parla di tempo. Certe cose si fanno o non si fanno; ci sono stati ben 366 giorni a disposizione e altri 365 ce ne saranno; magari vanno solo affrontati in maniera nuova. Che vuol dire nuova? A saperlo. Diciamo, non vecchia, quindi senza stare troppo a valutare, dedurre, ipotizzare, lettera e testamento. Quando si è abituati a dare un ordine a ciò che invece è imprevedibile, tutto sembra più difficile, inarrivabile, come una gigantesca montagna invalicabile. Non mi risulta che a Roma ci siano montagne, però, e questo potrebbe già essere un ottimo punto di partenza. Per il resto, se qualcuna, fantasiosamente, dovesse spuntare all’orizzonte, basterà non farsi trovare impreparate e preferire i ramponi ai tacchi a spillo, ben consapevole che i tacchi a spillo se ne possono proprio stare sereni. Non sono mica come quelle donne che fanno acquisti per il veglionissimo di Capodanno; loro sono felici, ambiscono al perfetto abbinamento e ancora non sanno che tra qualche anno, rivedendo quella mise, proveranno la stessa sensazione che si avverte davanti ad un biglietto della Lotteria scaduto. Ci vogliono almeno tre elementi fondamentali per essere pienamente in tono con la festa del 31 dicembre. Il primo, del pizzo nero. Qualunque cosa, un polsino, una cerniera, una cartolina d’auguri, un coprimalleolo, ricoperta di pizzo nero acquista un fascino d’altri tempi. Ma se i tempi sono altri, ci sarà un perché, no? A questo interrogativo non si risponde mai, ma ci porta verso il secondo ingrediente immancabile, le paillettes. Su cui non riesco ad esprimermi, scusate. Dulcis in fundo, la mutanda rossa. Puoi anche indossare un saio, ma se porti della biancheria intima rossa ti senti Messalina. Qui due brevi considerazioni lasciatemele. Messalina è morta ed è morta male. E poi arrivano per tutte le 7.00 del mattino del 18 marzo, quando aprirete il cassetto del comò e troverete quel tanga rosso, sperduto in mezzo a valanghe di slip di cotone, timidi nei loro disegni floreali. Ma se avete il fegato di reggere a questo, beh, allora siete davvero in gamba. E un applauso di cuore non ve lo toglie nessuno. Su, ritmo ritmo (e auguri).

L’uomo in tuta

TutaE’ una domenica come tante, anzi no, perché tra qualche giorno sarà Natale. Le strade sono occupate da migliaia di automobilisti impazziti che tentano manovre pericolose per assicurarsi il parcheggio migliore, ovvero quello che garantisca il minor numero di passi per arrivare ai negozi. Luci della città? Macché, sono i fari della Panda che è appena stata incastrata tra un motorino e il palo del Divieto di Sosta. Anche i bus sono affollati. La metropolitana è affollata.  La pista dei go-kart è affollata. La funivia è affollata. Il tram è molto affollato. E’ importante circoscrivere il fenomeno di cui scriveremo a breve in un preciso rapporto spazio-temporale, altrimenti non si riesce a comprenderlo in ogni sua sfaccettatura. Dicevo, è una domenica come tante, anzi no. Perché il delirante pomeriggio di libertà che mi sono concessa oggi si è trasformato nell’occasione più ghiotta per assistere da vicino a quel raccapricciante spettacolo che è l’uomo in tuta da ginnastica. Individuarlo è piuttosto semplice: il suo habitat è quel pezzo intricato di mondo chiamato centro storico, frequentato in genere nel weekend, quando il rodimento per la settimana di lavoro si affievolisce con dolcezza, per far spazio ad un sentimento non meglio identificato, una combinazione di noia e speranza, noia e euforia, noia e noia. Più difficile, invece, è stabilire la sua età.

Si fa presto a dire, sono tutti quarantenni senza nulla da chiedere alla vita; sarebbe l’analisi superficiale di una tendenza transgenerazionale. Ci sono diciassettenni in tuta e cinquantenni in tuta. Entrambi però sembrano dei quarantenni senza nulla da chiedere alla vita. Si chiamano tute in acetato poiché al termine di una giornata di relax trascorsa avviluppato a questo tessuto-non tessuto, il corpo emana un delicato olezzo di crauti; così (im)percettibile da arrivare fino a qui. Escludendo a priori una mia poco plausibile crisi psicotico-olfattiva, è invece verosimile ipotizzare scene horror familiari con i pantaloni della tuta branditi a mo’ di ascia. La tuta da ginnastica in acetato color porpora, con inserti verde acido, non è sinonimo di spensieratezza, ma di trascuratezza. E’ una resa. Ci dice di uomini che…”Lasciame sta’“. Davanti a quel doloroso diniego, a quel muro invalicabile di incomunicabilità che l’uomo in tuta frappone al mondo, la donna reagisce poco e male. “Il regalo a tua madre?“. Trovato il giusto equilibrio tra l’abisso e via Cola di Rienzo, l’uomo in tuta accompagna la fidanzzzzata a fare sciòpping, guidato da un unico pensiero, fa’ che questa cosa finisca e finisca presto. Saldato agli odorosi polimeri che compongono il suo ‘spezzato sportivo’, l’uomo in tuta aspetta che amo’ esca dal negozio e non gli pare vero quando il migliore amico lo chiama per ricordargli della cena di venerdì. Venti minuti se ne vanno così, mentre l’uomo in tuta cammina. L’abisso è ad un passo. Via Cola di Rienzo è in fondo a destra.

Ma che freddo fa…

Ciao, mi chiamo Francesca e sono una freddolosa. Ammettiamolo o ammettetelo, almeno rifletteci un secondo sopra, ve lo sto chiedendo con gentilezza, il mondo non è mai favorevolmente colpito da una persona, in particolare una donna, che sente i brividi, che sospira davanti ad un temporale o a una bufera di neve, ostinandosi a voler indossare degli stivali, naturalmente assieme a delle calze pesanti. Non meno di 100 denari se in cotone o filate in ghisa. Forse perché noi donne freddolose emaniamo un che di antico, un rassicurante sentore casalingo. Siamo il ricordo di notti passate al caldo dentro un letto, sigillate in pigiami felpati con i pupazzetti rossi. Ed è un errore, perché io non voglio essere una casalinga e il pigiamone felpato non ce l’ho. Se però ricevo la notizia che parteciperò ad un festival cinematografico, fai conto Berlino, durante il periodo più rigido dell’anno, comincio ad acquistare calze e scarpe pellicciate già da maggio. Non si sa mai.

E non sopporto lo sguardo inquisitorio di chi, come la mia estetista, ancora mi prende in giro perché mi presento da lei, a quanto pare unica a Roma, con i calzettoni di lana in gennaio. Incredibile! La lana in gennaio!
Mi hanno sempre detto “Sei una donna sana, che male ti può fare uscire senza calze?”. Ve lo dico subito, si chiama laringite e non è il massimo della vita per una che la voce la usa di tanto in tanto.
Vedo in giro ragazze bellissime, colleghe impagabili, scultoree adolescenti in fiore che anche a meno 40 vanno in giro con degli ankle booties con tacco a stiletto da 20 centimetri, utilissimi in caso di terreno ghiacciato o in mezzo alla tundra. A gamba rigorosamente nuda, fresche di ceretta e ricoperte di Paraflu, prodotto non a caso pubblicizzato da un eschimese.
Poi con il tutto il candore in loro possesso dicono “Ho la febbre a 38, accidenti!”. Accidenti? Siete delle criminali, altroché.
Io sono previdente e sto lavorando al mio look per la dieci giorni berlinese da alcuni giorni ormai; almeno da quando un improvvido collega ha cominciato a ripetermi ossessivamente “A Berlino fa freddo, preparati”.
Ciao, come stai?
“A Berlino fa freddo, preparati”.
Buongiorno, che bello ritrovarti!
“UUUUUUUU, madonna che freddo fa oggi a Berlino. Preparati”.
Cosa ti prepari di buono per cena oggi?
“Currywurst. Sai a Berlino fa freddo”.
A Berlino fa freddo lo sai (se non puoi batterli, alleati con loro)
“C’è un metro di neve, preparati”.
E ho cominciato a prepararmi. Mi sono fatta convincere e non potrebbe essere altrimenti. “Portati una sciarpa, un cappello e un paio di guanti”, ha aggiunto l’improvvido. Io pensavo di sovrapporre tre paia di ciascun capo in modo da non percepire le volate di vento siberiano, muovermi e contemporaneamente, ma non è fondamentale, respirare.
Respirare vorrebbe dire immettere aria gelida nel naso. In ogni caso ho iniziato a fare un po’ di giri su internet per trovare qualche consiglio in merito. Ho trovato risposte di ogni tipo per quesiti importanti come “Vado in montagna, compro i pantaloni pesanti?”. Soluzione “Sì, ma neri però!” Intuitivamente ho cominciato ad essere attratta da tutti quei capi che venivano affiancati dall’aggettivo artic, polar, snowy, very hot, very very hot, extremely hot. In quest’ultimo caso mi è capitato di trovare anche cose diverse, non assimilabili ad un giaccone, ma cercando nel vasto mare di internet è quasi normale che si cerchi un piumone e ci si imbatta in un vibratore. Ma questo non mi ha certo scoraggiata, perché ho scoperto l’esistenza di tessuti di ogni tipo adatti a temperature molto basse. Uno di essi, il teflon, si chiama come il rivestimento delle padelle. Ho scoperto che le pelliccette che adornano il cappuccio di un parka sono fatte con pelo di Coyote, mentre il “ripieno” è composto da piume d’anatra. Cioè, il parka è composto per il 90 % da Duffy Duck e per il restante 10% da Will il coyote.
Dicono che bisogna vestirsi a strati. Strati di amianto, credo (segue)

La sindrome di Paint your life

E’ un morbo insidioso, una patologia con poche speranze di essere affrontata, curata e, infine, guarita. Si chiama Sindrome di Paint your life ed è quella stranissima malattia che ti porta a pensare di poter rinnovare tutta la tua casa decorando i tubi di cartone che avanzano quando termina la carta igienica. Diligentemente vorresti buttarli nel secchio dedicato al riciclo della carta, poi, senza alcun motivo, inizi a fantasticare e ti dici: “E se lo ricoprissi di colla vinilica e lo trasformassi in porta cotton fioc? Finalmente avrei una soluzione ad uno dei problemi più annosi di sempre, la conservazione del cotton fioc, e potrei abbellire il mio bagno senza spendere una lira”. Questa malattia, vedete, si diffonde con una velocità che neanche Steven Soderbergh nel sequel di Contagion avrebbe potuto immaginare. Normali madri di famiglia, single in carriera,  fresche sposine (e derelitti compagni) cominciano a ritenere di essere in grado di cambiare volto ad ogni cosa, dalla cassetta dei vini allo sgabello dell’ingresso, passando per una triste maglietta bianca che, con pochi tocchi, potrebbe diventare un’utilissima borsa, con intarsi in cadmio.

In principio fu Art Attack, il programma di Rai Due, condotto da Giovanni Mucciaccia, che ha nobilitato l’uso della colla vinilica. Ricordate sempre di diluirla con dell’acqua se volete che la superficie ricoperta risulti “Duuuuuura come la pietraaaaa” (accompagnate la frase picchiettando sull’oggetto come se bussaste alle porte del paradiso). Altrimenti diventa semplicemente molto collosa, molto vinilica. In sostanza una schifezza. Poi, dopo anni e anni di studio, si è passati a Paint your life, la versione più adulta di Art Attack, quella fatta per le casalinghe amanti del bricolage estremo, quotidianamente sintonizzate su Real Time. La conduttrice, Barbara Gulienetti, ha le fattezze di una fatina. Sembra una maestra d’asilo. Ha dei figli, quindi, è certo, conosce le cose della vita. A meno che non abbia costruito da sé i suoi bambini, sfruttando dei vecchi pupazzi e facendoli diventare dei simpatici succedanei di un lattante. Ma non credo sia mai arrivata a questo punto. Almeno lo spero per lei. Perché mi è molto simpatica e in fin dei conti amo (e ammiro) il modo in cui riesce a rendere facili le imprese più spericolate, come quella di far diventare quelle tipiche pedane di legno che servono a scaricare la merce in un divano letto da monolocale. O meglio, un letto che all’occorrenza diventa un divano, che poi diventa libreria, che poi diventa un porta computer. Ma come caspita faccio a procurarmi una pedana che serve a scaricare la merce? Chi è così folle da rischiare il posto di lavoro per farti dono di una pedana?

Il problema è sempre quello: come procurarsi gli ‘ingredienti’ per il progetto della settimana. “Andate dal vostro falegname e procuratevi dei listelli tagliati a misura”, dice allegra Barbara parlando della bellissima cassettiera fatta con vecchie cassette di frutta di legno. Frase che pone interrogativi profondi tipo “Eh?” e poi “Chi lo conosce un falegname?” oppure “Se conoscessi un falegname non mi metterei di certo a rubare cassette di frutta”. Il progetto della settimana viene così accantonato, ma qualcosa dentro inizia a rodere quindi l’attenzione va a alla ciotola fatta con materiale di riciclo. Ci si fa coraggio da soli e si verifica la presenza dell’occorrente. Ciotola di plastica? Ok. Pellicola? Ok. Colla vinilica? Ce l’ho! Giornali? Certamente. Stucco? Pausa di riflessione. Stucco? La pausa si allunga. Stucco? Chissà se la fecola di patate è la stessa cosa. Ancora una volta la dura realtà, con le sue assenze incontrovertibili, prende il sopravvento su qualunque desiderio di mettersi alla prova. E’ un peccato perché la ciotola fatta con materiali di riciclo è davvero molto bella. Bisogna aspettare due ore tra una pennellata di colla vinilica e l’altra; due ore in cui si suppone che i pezzi di giornale, strappati, inzuppati di mistura collosa e sistemati sulla pellicola, a sua volta posta sulla ciotola, si solidifichino. Il risultato è sorprendente però! Una ciotola fatta coi i giornali!  Ecco. Chissenefrega perché tanto bisogna passare su tutta la superficie il famoso stucco. E attendere 24 ore che si asciughi, tra un passaggio e l’altro. Per un totale di tre passate. Tre giorni di attesa per solidificare la ciotola esternamente. E altri tre giorni per l’interno. I giornali (ma come? Erano bellissimi…) non si vedono più, la ciotola è tutta bianca e si può finalmente dipingere. Facendo asciugare la vernice acrilica per tre ore. In soli 12 giorni la ciotola è pronta. Vuoi mettere la soddisfazione? Sicuramente sì, ma se per caso mi dovesse succedere qualcosa in questo lasso di tempo? Una tonsillite fulminante, un contagio da tetano, eventualità possibile visto che rubo ferri arruginiti da riciclare nel fine settimana, un viaggio in Siberia per partecipare alla settimana della moda?

E’ a questo punto che mi ricordo che da Ikea c’è l’offerta sulla ciotola Blanda. Il nome mi fa ridere ed è trasparente, ma è pronta qui ed ora. Su Ikea mi sono già soffermata più e più volte in alcuni post passati, quindi sapete già quanto io ami quell’ammasso di truciolato che si ostinano a chiamare mobili; ma capisco anche lo slancio vitale che possa spingere una donna a voler progettare un porta foto, un puff poggiapiedi, una cucina modulare, un tavolo per il soggiorno, un soggiorno premio per due persone in Dalmazia. In fondo, chi sono io per giudicare? Io ho trasformato degli occhiali 3D usa e getta in una divertentissima cornice porta foto (vedi foto) e per poco non stavo per spedire il progetto a Barbara. Un giorno, vedendo delle vecchie casse da stereo buttate in mezzo all’immondizia, ho pensato di poterle riciclare e trasformare in qualcosa. Io ho conservato il copriasse del mini asse da stiro Ikea perché volevo disperatamente cambiare la sua essenza. Mi piaceva troppo quella fantasia a fiori blu per essere gettata nella pattumiera. Anche se è lì che è finita, dopo aver trascorso un’intera settimana come coprilavatrice. Non so se gli uomini siano coinvolti da questa ondata brico-pornografica, da questa lotta per il cambio della destinazione d’uso o se, a differenza delle loro sorelle, mogli, madri, non siano immuni a questo delirio, provando fastidio e invidia per lo sfrenato ottimismo che sottende ogni trasformazione. Quell’ottimismo che ti spinge a ricoprire con lo zinco il tavolo della cucina. A proposito, lo vendono in rotoli, esattamente come l’alluminio per alimenti. Ma non ci si può fare la cottura al cartoccio.  

Who’s that girl? It’s Zooey!

E’ bella, Zooey Deschanel. E non solo perché ha occhioni blu, lunghi capelli castani e pelle diafana, ma soprattutto perché è divertente. E molto credibile. Da oggi sarà su Fox con la divertente serie televisiva New Girl, la storia di una deliziosa ragazza picchiatella, Jess, che cornificata dal fidanzato decide di andare a vivere con tre ragazzi, rispondendo ad un annuncio su internet. Un menage, il loro, che si rivela da subito difficile, ma che poco a poco si trasforma in un’amicizia sincera, in un saldo legame simil-famigliare. Il tutto con battute a profusione e situazioni bizzarre tutte irrimediabilmente legate a questa figura femminile dolce e simpatica. Vi consiglio di leggere la recensione scritta da Alessia Starace per scoprire qualche segreto in più di questa nuova produzione.

Bene. E ora, l’interrogativo della giornata. Come si diventa cool come Zooey Deschanel? Inutile negarlo, ci vuole uno stylist che ti sappia indirizzare e azzeccare quelle due o tre mosse che ti possano trasformare in un’icona modaiola. Francamente il termine icona (già di per sé eccessivo) sarebbe inappropriato per una come la Deschanel, che riesce sempre a mantenere un atteggiamento spontaneo e meno ieratico di tante sue colleghe, risultando sempre giusta.

Detto che essere alla moda non vuol dire seguire tutte le tendenze viste sulle passerelle di mezzo mondo, ma significa trovare uno stile in grado di calzarci a pennello, che ci faccia sentire a posto sempre e non ci mascheri, ecco qualche suggerimento che ci arriva (indirettamente) dalla nostra adorabile Zooey; degli accessori che possiamo idealmente rubarle per divertirci.


Gli occhiali
: la Jess di
New Girl è una nerd che sfoggia la montatura tartarugata come se fosse un collier di diamanti. La ostenta, la valorizza, ci gioca. E il modello scelto, Wacks Optical Eyeglasses di Oliver People è semplicemente perfetto.

Il vestitino rosso: quando Jess indossa questo modello di Anthropology spiega ai suoi nuovi coinquilini quali siano i punti cardine della propria vita. Uno su tutti, vedere Dirty Dincing almeno 20 volte al giorno, tanto per superare il trauma della separazione. D’accordo, non ci troveremo di fronte ad un prodotto di haute couture, ma un abito del genere è davvero molto grazioso. Così come lo sono i capi venduti da questa catena americana per lo più sconosciuta in Italia. Il negozio nel Chelsea Market a New York è una vera e propria istigazione allo shopping compulsivo.

Il maglioncino viola: made in Zara. Non amo molto questo brand, ma va detto che pochi capi basici, ad esempio il mini cardigan indossato nella puntata Thanksgiving, possono avere posto nell’armadio. Specialmente in un tono pastello come questo. 


Il gilet panna: Zooey aveva già conquistato il cuore di Joseph Gordon-Levitt nel divertente 500 day of Summer (500 giorni insieme), ma sul palco di quel karaoke pub, con i capelli raccolti e la voce suadente gli ha dato il colpo di grazia. Cercatene uno simile, con l’abbottonatura bassa e impreziosirete anche la più umile delle t-shirt. 

I guanti di pelle: bordeaux, classici, ma charmant, specialmente se avvicinati al casco con la faccina che Zooey indossa per andare a prendere Jim Carrey, suo partner in Yes Man. Adatti per l’inverno (ma va?) sono bellissimi anche con temperature meno rigide, mentre fanno capolino da un cappotto leggero. Un suggerimento? Imoni, marchio svedese che fa delle vere e proprie opere d’arte in pelle. Altro che guanti. 

Abbiamo ‘rubato’ abbastanza per oggi. Lasciamo Zooey Deschanel in pace. Almeno fino alla prossima volta.